SALARI REALI IN ITALIA

IL CONTO CHE NON TORNA
C’è un numero che sintetizza bene la situazione dei lavoratori italiani: -8,7%. È la perdita di potere d’acquisto accumulata tra il 2008 e il 2024, il dato peggiore tra tutte le economie avanzate del G20, certificato dal Rapporto mondiale sui salari dell’ILO. Per fare un confronto, la Spagna nello stesso periodo ha perso il 4,5%, il Regno Unito il 2,5%. La Corea del Sud, all’opposto, ha visto i propri salari reali crescere del 20%.
La dinamica non è lineare. L’erosione è stata particolarmente marcata tra il 2009 e il 2012, negli anni successivi alla crisi finanziaria globale, e si è poi ripetuta con l’ondata inflazionistica del biennio 2022–2023. In quei due anni, la perdita di potere d’acquisto ha raggiunto il 15% nel 2022, per poi scendere all’8,7% nel 2023.
Il meccanismo è semplice, e noto I salari nominali — quelli in busta paga — sono cresciuti. Il problema è che sono cresciuti meno dei prezzi. Nel 2024, i salari contrattuali sono aumentati del 3,2%, mentre il costo della vita è salito del 5,6%. La differenza, apparentemente piccola, si accumula anno dopo anno. Secondo l’OCSE, i salari reali in Italia all’inizio del 2025 risultavano inferiori del 7,5% rispetto al 2021 — ovvero rispetto al periodo immediatamente pre-inflazione. A rendere tutto più pesante è la struttura della spesa delle famiglie: i beni alimentari hanno segnato un aumento del 13,6% a novembre 2022, mentre i costi per alloggi e utenze sono aumentati in modo significativo per via del rincaro energetico. Le famiglie a basso reddito, che destinano gran parte del proprio reddito proprio a queste voci, sono le più colpite.
Dal 2022 la BCE ha risposto all’inflazione alzando i tassi d’interesse, con l’obiettivo dichiarato di raffreddare la domanda e riportare l’inflazione verso il target del 2%. All’inizio del 2024 il tasso sui depositi era fermo al 4%, poi è iniziata una fase di progressivo allentamento a partire da giugno 2024. Una scelta che ha compresso anche il credito a famiglie e imprese, rallentando ulteriormente la crescita economica già debole.
Le condizioni di finanziamento restano ancora rigide: i passati rialzi si stanno ancora trasmettendo ai crediti in essere, e alcuni prestiti in scadenza vengono rinnovati a tassi più elevati. Il graduale allentamento monetario è atteso come fattore di sostegno alla ripresa dei consumi, ma i tempi di trasmissione sono lunghi.
Il 2024 ha portato un segnale positivo, ma parziale
Nel 2024 si è registrata un’inversione: i salari reali sono cresciuti del 2,3%, dopo contrazioni del 3,3% nel 2022. Un dato incoraggiante, ma insufficiente a recuperare quanto perso nel corso di quindici anni. Rispetto al 2015, l’aumento cumulato dei prezzi supera il 19%. I salari non hanno recuperato distanza equivalente.
Sul fronte strutturale resta aperta la questione del salario minimo: in Italia i salari sono determinati dalla contrattazione collettiva, che non ha sempre garantito adeguamenti tempestivi o uniformi. Un sistema che funziona dove la contrattazione è forte, ma lascia zone grigie nei settori più frammentati.
Cosa rimane sul tavolo
Il recupero del potere d’acquisto dipende da almeno tre variabili che si muovono in modo non coordinato: l’andamento dell’inflazione, la velocità con cui la politica monetaria si allenta, e la capacità del sistema produttivo italiano di tradurre eventuali investimenti in produttività — e quindi in salari più alti. Nel 2024, nel settore privato, la produttività del lavoro è diminuita del 2%. Un dato che complica ulteriormente il quadro.
I numeri descrivono un paese in cui lavorare ha reso sempre meno, in termini reali, per oltre un decennio. Il 2024 ha mostrato che la tendenza può invertirsi. Quanto velocemente, e per chi, è ancora da vedere.


Il ruolo della politica monetaria
Dal 2022 la BCE ha risposto all’inflazione alzando i tassi d’interesse, con l’obiettivo dichiarato di raffreddare la domanda e riportare l’inflazione verso il target del 2%.
